|
| Musica Antica Eventi | Musica Antica | |
| Mottetti |
| Arpa | Cembalo | Cello |
![]() |
![]() |
| Questo articolo è rilasciato sotto i termini della GNU Free Documentation License Esso utilizza materiale tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Musica_antica Cronologia/Autori: http://it.wikipedia.orgMusica_antica&action=history Musica anticaDa Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Suonatori nel
XIV secolo in un dipinto di
Simone Martini (1322)
|
|
|||||
|
Per musica antica si intende generalmente la musica europea che va dal medioevo al rinascimento; frequentemente, soprattutto nell'area anglosassone (dove il concetto di "early music" è nato), si include in questo termine anche la musica barocca.[1] La "musica antica", tuttavia, non è una categoria storico-musicale, dato che copre un arco di secoli non ben definito, e una produzione molto vasta ed eterogenea: si è inteso con questo nome, soprattutto a partire dagli anni 1950-1960, l'insieme delle musiche per cui si era interrotta da secoli la tradizione esecutiva. Ciò che ha inizialmente distinto la "musica antica" nell'ambito della "musica classica" (in senso lato) è quindi il fatto che la sua esecuzione moderna si basa sull'impiego di strumenti musicali "storici" e su una ricerca musicologica che attinge direttamente alle fonti originali. Negli ultimi anni, essendosi succedute diverse generazioni di musicisti nella riscoperta della musica antica, anche per questa si può parlare ormai di una "tradizione esecutiva" (seppure non risalente all'epoca delle composizioni), oggetto di insegnamento nelle normali sedi accademiche, soprattutto fuori d'Italia; tuttavia, la formazione e l'approccio interpretativo dei musicisti specializzati in musica antica presentano tuttora molti elementi distintivi, che risultano evidenti nelle loro esecuzioni.
La riscoperta della musica antica [modifica]La riscoperta del repertorio barocco e pre-barocco ha sporadici ma significativi precedenti nel XIX secolo e anche nel secolo precedente. Già nel 1726 fu costituita a Londra la Academy of Ancient Music, con lo scopo di coltivare lo studio del repertorio polifonico del XVI secolo. La stessa Accademia assicurò il mantenimento in repertorio delle opere dei maggiori compositori barocchi (in primo luogo Händel, ma anche Corelli, Pepusch e Pergolesi). Nel 1829 ebbe luogo a Berlino la celebre esecuzione della Passione secondo Matteo di Bach, sotto la direzione di Felix Mendelssohn. Tuttavia, nel riportare in vita partiture risalenti a cent'anni prima, non fu seguito un approccio "filologico":
Nell'ambito della musica liturgica, la benedettina Abbazia di Solesmes diede inizio attorno al 1840 ad un'opera sistematica di riforma della tradizione esecutiva del canto gregoriano, con la volontà di riportarlo alla sua originale dimensione di canto monodico non misurato, in contrasto con la pratica, affermatasi già a partire dal XVI secolo, di eseguire i canti liturgici secondo una rigida scansione ritmica e con l'accompagnamento di un basso continuo.
Clavicembalo in stile
fiammingo, di costruzione moderna. La ricostruzione degli strumenti
antichi è uno degli elementi caratterizzanti nella ricerca della
fedeltà storica in campo esecutivo.
La ricostruzione della prassi esecutiva storica è invece l'elemento caratteristico del movimento iniziato verso il 1890 da Arnold Dolmetsch, a Londra. Il saggio di Dolmetsch The Interpretation of the Music of the XVII and XVIII Centuries[2](1915) si può considerare l'atto di avvio del movimento dell'early music nel XX secolo. Oltre allo studio interpretativo e stilistico, nell'opera pionieristica di Dolmetsch ebbe largo spazio la ricostruzione degli strumenti barocchi, in particolare la riscoperta del flauto dolce e della viola da gamba. Allo stesso Dolmetsch si deve l'introduzione del concetto di authenticity[3] che è stato per lungo tempo la parola-chiave per i cultori della musica antica. Questo concetto, che implicitamente bollava come "infedele" la lettura del repertorio barocco da parte delle orchestre e dei solisti formati nel solco della tradizione ottocentesca, sollevò fin da quegli anni vivaci polemiche. Di fatto, proprio l'approfondimento delle conoscenze storiche ha spesso mostrato i limiti di validità di alcuni dei paradigmi inizialmente formulati in nome dell'autenticità. Per quanto utopistica ed elitaria, tuttavia, proprio la forte contrapposizione alla prassi di impronta tardo-romantica ha potenziato l'impatto innovativo del movimento dell'early music. Negli stessi anni, Wanda Landowska riproponeva per la prima volta l'esecuzione sul clavicembalo delle opere del XVIII secolo (in particolare le Variazioni Goldberg di Bach). La stessa Landowska scrisse nel 1909 il trattato Musique ancienne[4], e fondò in Francia nel 1925 una École de Musique Ancienne; la guerra la costrinse ad abbandonare nel 1940 la scuola, e successivamente a trasferirsi negli Stati Uniti. Le scelte stilistiche e tecniche[5] di Wanda Landowska furono caratterizzate da una grande libertà interpretativa[6] e da una significativa contiguità con la rilettura e appropriazione del repertorio antico da parte della corrente neoclassicista del primo novecento.
Il violista e compositore francese
Marin Marais (1656-1728), ritratto da André Bouys nel 1704. Il
travagliato rapporto di Marais con il suo maestro M. de Sainte
Colombe (e con la figlia di questi) fu l'oggetto del romanzo
Tutte le mattine del mondo di Pascal Quignard, da cui fu tratto
l'omonimo
film di
Alain Corneau (1991). L'enorme successo del film, la cui colonna
sonora includeva brani di Marais, di Sainte Colombe e di altri
autori nell'esecuzione del
violista e direttore
catalano
Jordi Savall, segnò in Francia un grande aumento dell'interesse
per la musica antica presso il grande pubblico.
Il primo centro di insegnamento e ricerca consacrato alla musica antica, secondo il nuovo spirito "filologico", fu la Schola Cantorum Basiliensis, fondata nel 1933 da Paul Sacher e dal violista August Wenzinger. Nel 1946 fu fondata in Inghilterra la Galpin Society, dedicata allo studio e alla ricostruzione degli strumenti antichi.[7]. Dopo la seconda guerra mondiale, e segnatamente negli anni sessanta-settanta, il revival della musica antica interessò, oltre all'Inghilterra (con le figure dominanti di Alfred Deller e David Munrow), soprattutto i Paesi Bassi (con Gustav Leonhardt, Frans Brüggen e Anner Bijlsma in Olanda, e i tre fratelli Sigiswald, Wieland e Barthold Kuijken in Belgio) e l'Austria (con Nikolaus Harnoncourt e René Clemencic). Contributi significativi alla riscoperta della musica medievale vennero inoltre da Konrad Ruhland, Andrea von Ramm, Thomas Binkley, Paul Hillier e altri. Nel campo della musica vocale emersero negli stessi anni i primi cantanti specializzati nel repertorio antico: fra questi, oltre ad Alfred Deller, i controtenori Paul Esswood e James Bowman, il tenore Nigel Rogers e il soprano Emma Kirkby. In quei decenni, lo "stato dell'arte" nel campo delle ricerche dalla prassi esecutiva storica trovò espressione nel manuale di Robert Donington A Performer’s Guide to Baroque Music[8], che faceva seguito al più voluminoso The Interpretation of Early Music[9] dello stesso autore. Fra gli esempi più illustri ed influenti di esecuzioni "con strumenti antichi" di quegli anni si possono annoverare l'incisione integrale delle cantate di Bach[10] realizzata fra il 1971 e il 1990 dai direttori d'orchestra Nikolaus Harnoncourt e Gustav Leonhardt, e l'incisione dei concerti dell'op. 8 Il Cimento dell'Armonia e dell'Inventione di Antonio Vivaldi da parte del Concentus Musicus Wien diretto da Harnoncourt (1977)[11]. Nel 1973 fu fondata la rivista Early Music, pubblicata dalla Oxford University Press, tuttora considerata la più autorevole del settore e che, fin dai suoi esordi, è stata un punto di riferimento tanto per i musicologi quanto per gli esecutori. Nel corso degli anni ottanta e novanta si sono moltiplicati progressivamente in tutta Europa, negli USA e in Giappone i complessi vocali e strumentali specializzati nei vari aspetti di questo vasto ambito musicale (vedi lista di ensemble di musica barocca e lista di ensemble di musica antica), sono nate riviste specializzate, festival e stagioni concertistiche, e un mercato discografico specifico. Le conoscenze in campo interpretativo, organologico e tecnico si sono notevolmente accresciute, permettendo di archiviare la fase pionieristica in cui qualunque cosa veniva eseguita con flauto dolce, clavicembalo e viola da gamba. Il concetto di historically informed performance[12] ha preso il posto di quello di authenticity, ed è stato applicato anche al repertorio classico e romantico. Diversi interpreti hanno esplorato nelle loro esecuzioni i rapporti fra la musica medievale europea e tradizioni musicali di origine extra-europea, particolarmente la musica arabo-andalusa[13]; sono anche state proposte suggestive commistioni fra musica antica e musica contemporanea[14]. Rispetto agli "anni ruggenti" (settanta-ottanta) si osserva oggi un cospicuo innalzamento del livello professionistico medio in questo repertorio, ma parallelamente si osserva una riduzione - fin quasi alla scomparsa - della pratica amatoriale della musica antica, che era stato un elemento caratterizzante del movimento dell'early music fin dai tempi di Dolmetsch.
Notazione ed esecuzione [modifica]Secondo Margaret Bent (1998), la notazione della "musica antica":
Manoscritto contenente musica di
Guillaume de Machaut, XIV secolo, in notazione mensurale nera.
La notazione musicale moderna (stabilizzatasi nel XIX secolo) fornisce un'indicazione precisa dell'altezza e della durata delle note, della misura della battuta, della velocità a cui deve essere eseguita la musica, degli strumenti a cui è destinata, e - nel caso della musica vocale - della corrispondenza fra note e sillabe del testo. Per quanto l'interpretazione del singolo esecutore abbia comunque un certo margine per quanto riguarda gli effetti dinamici (che sono indicati, ma solo qualitativamente) e di fraseggio, i brani scritti secondo queste convenzioni di notazione lasciano poche incertezze in merito all'effetto musicale inteso dal compositore.
La
notazione sangallese del Codex Sangallensis 359 (X
secolo.
Se si considera la musica scritta nei secoli precedenti, viceversa, le fonti originali (manoscritte, riportano meno indicazioni quantitative. Le fonti più antiche, per quanto riguarda la musica
europea occidentale di epoca
medievale (a partire dall'VIII
secolo), usavano
notazioni
neumatiche di tipo adiastematico[15],
di cui la
notazione sangallese e
quella metense sono le più rappresentative. Queste notazioni non
volevano fornire informazioni sull'altezza dei suoni o sugli intervalli,
visto che la melodia veniva tramandata mnemonicamente da maestro a
discepolo, ma offrivano precise e dettagliate indicazioni ritmiche. Nell'XI secolo compare nei manoscritti la notazione quadrata,[16] che permette di denotare l'altezza delle note, ma non fornisce indicazioni di tipo ritmico. Con la comparsa della polifonia (XII - XIII secolo) entrano gradualmente in uso diverse convenzioni per l'indicazione della durata delle note. In compenso, nella notazione mensurale che si stabilizza nel corso del XV secolo (e ancor più con l'introduzione della stampa a caratteri mobili nel XVI secolo) l'indicazione della corrispondenza fra note e sillabe del testo cantato diventa assai meno precisa. Fino al XIV secolo la musica trascritta nei codici è esclusivamente vocale: gli strumenti, che compaiono in abbondanza nell'iconografia, potevano essere occasionalmente usati per accompagnare le voci, ma la musica strumentale propriamente detta (tipicamente destinata alla danza) inizia ad essere conservata nei manoscritti solo a partire dal XIV secolo; la musica per strumenti melodici (che potevano essere indifferentemente strumenti a corde o a fiato, come risulta dall'iconografia) utilizza la notazione della musica vocale, mentre per la musica destinata a strumenti a tastiera (l'organo, e successivamente clavicembali e clavicordi) si sviluppano notazioni apposite dette intavolature.
Guillaume Dufay e
Gilles Binchois (XV secolo).
Kyrie di una messa polifonica di A. Busnoys, XV
secolo. Nel manoscritto le voci sono riportate nella successione
Cantus, Tenor, Contra[tenor altus], Contra[tenor bassus]
La decifrazione delle fonti musicali del XIV e XV secolo richiede competenze di paleografia musicale, e oggi anche i gruppi musicali specializzati in questo repertorio usano per l'esecuzione trascrizioni in notazione moderna, che si trovano nelle edizioni critiche pubblicate dai musicologi oppure sono realizzate dagli stessi interpreti. Gli stessi manoscritti dell'epoca, peraltro, non erano destinati all'esecuzione ma alla conservazione del repertorio musicale (tutti i brani polifonici, ad esempio, sono scritti in parti separate, che spesso occupano facciate diverse dello stesso foglio). Nella trascrizione moderna, un problema sistematico e particolarmente impegnativo deriva dall'uso della musica ficta,[17] ossia di alterazioni (diesis e bemolli) che venivano eseguite ma non indicate nei manoscritti: pur essendovi alcuni criteri generali sull'inserimento di queste alterazioni aggiuntive, nella maggior parte dei casi sono possibili soluzioni differenti: d'altra parte, si ritrovano divergenze considerevoli nell'uso delle alterazioni nelle stesse fonti originali, ad esempio quando si possono confrontare diverse trascrizioni in intavolatura di uno stesso brano[18]. Le alterazioni occasionali continuarono ad essere in buona parte sottointese fino a tutto il XVI secolo, ma il loro uso evolve nel tempo di pari passo con l'emergere di un linguaggio "armonico" nella composizione musicale. Più agevole, invece, è l'individuazione del tipo di accordatura (pitagorica, mesotonica, ben temperata ecc.) appropriata in ogni epoca, giacché su questo le fonti sono abbondanti e circostanziate. Uno degli aspetti peculiari dell'interpretazione della musica antica sta proprio nel fatto che già nell'opera di trascrizione dalle fonti originali sono necessariamente compiute alcune fondamentali scelte interpretative, di cui l'esecutore non può non essere consapevole, anche quando non è lui l'autore della trascrizione. Pertanto l'esecutore deve essere in possesso di conoscenze di tipo musicologico e paleografico; inoltre, fino a tutto il XVI secolo manca l'indicazione dell'eventuale organico strumentale. Nella musica vocale (sacra e profana) alcune parti non hanno un testo, il che fa ritenere che siano destinate a strumenti (questo problema è trattato diffusamente più sotto); nella musica strumentale, se si eccettuano le intavolature che sono destinate a uno strumento specifico, compare al più l'indicazione "per ogni sorta di strumenti". Nell'esecuzione moderna si riscontrano due tendenze distinte. Vi sono complessi strumentali costituiti con un preciso organico (ad esempio, insiemi di flauti dolci, di viole da gamba, di cornetti e tromboni, ecc.), i quali scelgono brani adatti alle tessiture dei loro strumenti, senza necessariamente tener conto della destinazione originale di tali musiche: questo riflette peraltro una prassi tipica del XVI secolo. Altri interpreti moderni perseguono invece progetti artistici e di ricerca focalizzati su singoli autori o scuole musicali, anziché su una scelta a priori dell'organico, e in questo caso l'impiego o meno degli strumenti, e la scelta di questi, si basa su considerazioni (anche soggettive) di appropriatezza storica ed acustica al repertorio: si adottano pertanto organici variabili a seconda del brano. Questi due atteggiamenti producono risultati talora molto diversi: l'esecuzione di una chanson polifonica o di un mottetto con un quartetto di flauti dolci, ad esempio, produce un risultato (non solo timbrico) completamente diverso da un'esecuzione a cappella (cioè con sole voci) oppure mista (con voci e strumenti, questi ultimi scelti in base alle caratteristiche del singolo brano). Entro certi limiti, questo riflette una caratteristica propria della produzione musicale di questi secoli, in cui il concetto di "trascrizione" rispetto alla "destinazione originale" non si può applicare come si farebbe per un brano del XIX secolo. Proprio sulla base delle considerazioni di qui sopra, da alcuni anni, con la progressiva specializzazione degli interpreti, si è assistito alla nascita di una figura definita (anche nei nei programmi di formazione accademica) del "musicista informato", a cui si chiede, oltre ad una padronanza indubbia dello strumento, un solido bagaglio culturale, storico ed anche tecnico. La tendenza negli ultimi dieci anni è infatti ad utilizzare direttamente fac-simili della notazione originale, o copie "pulite", ovvero trascritte mantenendo la scrittura originale. Questo perché gli ostacoli maggiori nell'interpretazione delle fonti musicali antiche nascono proprio dall'inadeguatezza della scrittura musicale moderna per rendere peculiarità ritmiche che in notazione originale risaltano immediatamente. Il caso più patente è quello della notazione manieristica italofrancese della fine del XIV , la cosidetta "Ars Subtilior", ma il discorso può essere allargato alla musica di svariate epoche, ad esempio al repertorio fiammingo del XV secolo, ma anche a repertori che apparentemente si dimostrano di più semplice interpretazione, quali le frottole italiane della fine del Quattrocento e dei primordi del XVI secolo, in cui la notazione moderna, con le sue trascrizioni per battute, costringe all'uso di legature di valore assolutamente estranee al pensiero musicale dell'epoca e distrugge completamente la percezione dei diversi "cursus" retorici in uso al tempo. Senza contare che la notazione moderna, per le stesse ragioni esposte, rende meno evidenti all'esecutore le componenti proporzionali della musica del Medioevo del Rinascimento.
Intavolatura per organo tedesca (1525) e sua
trascrizione in notazione moderna
Prime battute dell'intavolatura della Toccata
Prima dal Libro primo d'intavolatura di chitarone (1604) di
J.H. Kapsberger (le lettere HK stanno per Hieronymus Kapsberger)
Per quanto riguarda la musica di XVII e XVIII secolo, la notazione musicale non pone veri e propri problemi di interpretazione paleografica, e dalla metà del XVII secolo non richiede alcuna opera di trascrizione (già le copie a stampa del XVI secolo possono essere usate direttamente dall'esecutore moderno, con un moderato addestramento, ma poiché tutti i brani erano scritti in parti separate, spesso si preferisce usare una moderna trascrizione in partitura). Tuttavia anche in quest'epoca si ritrovano convenzioni specifiche nella notazione del ritmo[19]e delle formule di abbellimento, che differiscono dalle convenzioni odierne (le edizioni moderne in cui abbellimenti e fraseggi sono stati "tradotti" o inseriti di sana pianta dal revisore sono da considerarsi di interesse puramente didattico o amatoriale, e non di rado contengono vistosi errori). Gli spartiti di quest'epoca indicano con precisione l'organico strumentale a cui il brano è destinato, ma si deve considerare che tutti gli strumenti musicali avevano fino al XIX secolo caratteristiche costruttive e tecniche di emissione e fraseggio notevolmente diverse da quelle moderne[20]. Del bagaglio tecnico di un musicista rinascimentale o barocco faceva parte anche la capacità di improvvisare, in contesti ben definiti. Nel tardo Rinascimento era diffusa la pratica del sonare artificioso: una chanson francese o un madrigale erano eseguiti da uno strumento acuto (flauto, cornetto o violino, con l'accompagnamento di liuto o spinetta che eseguivano le altre parti), oppure da uno strumento a tastiera solo, con una straordinaria abbondanza di fioriture improvvisate dette passaggi o diminuzioni (vedi la voce Abbellimento). Similmente, i virtuosi di strumenti più gravi (in particolare la viola da gamba) usavano realizzare all'impronta passaggi virtuosistici, che attraversavano l'estensione di più voci (parti "bastarde"), sopra brani polifonici o su sequenze accordali tipiche (a loro volta mutuate da canzoni o danze di grande diffusione, come "passamezzo", "passacagli", "follia", "la gamba", "l'aria del Granduca", "la romanesca" e molte altre). Se per l'esecutore moderno della musica antica è una libera scelta quella di inserire o meno questi elementi di improvvisazione,[21] non è invece eludibile l'intervento di realizzazione dell'accompagnamento per le sonate o cantate con basso continuo di epoca barocca. In questo vastissimo repertorio, la parte riservata allo strumento a tastiera (clavicembalo, tiorba o arpa) è scritta solo limitatamente alla linea del basso, con l'aggiunta di cifre che indicano sommariamente gli accordi che devono essere realizzati; ma questi accordi possono essere eseguiti in molti modi, e di fatto la realizzazione del basso continuo implica l'aggiunta (improvvisata) alla composizione di almeno due o tre voci, per le quali si deve tener conto non solo dell'armonia, ma anche delle regole del contrappunto.[22] Per l'epoca barocca esistono molti trattati di tecnica dei singoli strumenti, che affrontano anche gli aspetti interpretativi, tuttavia lo spazio di intervento autonomo assegnato all'esecutore resta relativamente ampio, e può condurre - pur nel rispetto delle indicazioni fornite dalle fonti dell'epoca - ad esiti molto diversi. In anni recenti, la ricerca in questo campo si è estesa anche all'esecuzione del repertorio classico e del primo romanticismo, mettendo talvolta in discussione tradizioni esecutive consolidatesi in epoca tardo-romantica. Sulla base di queste osservazioni si può comprendere come il concetto di "esecuzione filologica", sovente associato all'idea di "musica antica", si possa interpretare in modi molto differenti. Il criterio di "uso degli strumenti antichi" è sicuramente importante (anche se talvolta applicato con una certa disinvoltura, usando ad esempio flauti dolci e viole da gamba di modello seicentesco anche per la musica del XIV secolo), non solo per l'effetto timbrico risultante, ma soprattutto perché l'uso degli strumenti dell'epoca (e delle relative tecniche di diteggiatura, arcata, ecc.) permette spesso di risolvere dubbi interpretativi che altrimenti resterebbero senza risposta. Tuttavia il solo fatto di ricorrere all'uso di strumenti musicali storicamente attestati e di basarsi su regole enunciate nei trattati dell'epoca (trattati che sono di carattere prevalentemente teorico fino al XVI secolo) non garantisce né il raggiungimento di una qualità musicale adeguata, né la reale ricostruzione "archeologica" di un'esecuzione dell'epoca: quest'ultimo obiettivo, in particolare, è irraggiungibile sia per l'incompletezza dei dati in nostro possesso, sia perché le condizioni di ascolto e il retaggio culturale di un ascoltatore odierno sono radicalmente diversi. Quindi l'obiettivo che un'esecuzione "storicamente consapevole" può conseguire è piuttosto quello di una complessiva coerenza delle scelte interpretative ed esecutive, per offrire all'ascoltatore una lettura ben definita e comprensibile, aderente a ciò che conosciamo del contesto artistico e sociale dell'epoca, ma non privata di quegli elementi espressivi, suggestivi ed emotivi che anche nei secoli passati sono stati presenti in ogni forma musicale.
Strumenti antichi [modifica]Molti strumenti antichi scomparvero con l'inizio della musica classica ovvero nella seconda metà del XVIII secolo. Altri continuarono ad essere usati, ma tutti cambiarono notevolmente le caratteristiche costruttive e la tecnica esecutiva nel corso del XIX secolo. Gli strumenti antichi (riportati alle loro condizioni originali, nel caso di strumenti che erano stati modificati in epoche successive) o le loro copie fedeli vengono chiamati strumenti originali o strumenti storici. La ricostruzione e l'uso degli strumenti antichi, come si è detto, costituiscono un elemento caratteristico dell'approccio odierno alla musica antica. Una tipica obiezione all'uso degli strumenti antichi è che essi sarebbero "meno perfezionati", e che se gli stessi compositori antichi avessero avuto a disposizione gli strumenti moderni avrebbero preferito questi ultimi. Quest'ultima affermazione, ovviamente, non è dimostrabile né falsificabile;[23] è un dato di fatto, però, che con poche eccezioni (il pianoforte, il flauto traverso e la tromba) la differenza fra gli strumenti antichi e quelli costruiti a partire dal XIX secolo non deriva affatto da innovazioni tecnologiche o da una riprogettazione sulla base di nuove conoscenze,[24] ma dall'adattamento a un diverso gusto musicale e a un nuovo contesto acustico (grandi teatri e sale da concerto). Questo non implica che un musicista di oggi non possa preferire uno strumento di concezione ottocentesca anche per eseguire musica più antica, ma giustifica il fatto che molti esecutori odierni, viceversa, trovino che l'uso degli strumenti originali permette di ottenere più facilmente e con maggiore naturalezza gli effetti che desiderano. Quì di seguito vengono indicati gli strumenti più diffusi nelle diverse epoche, per quanto si può ricavare dalle fonti storiche e iconografiche; sono segnalati con un asterisco gli strumenti che hanno un corrispondente moderno con lo stesso nome, pur presentando marcate differenze costruttive da questo.
Una ricostruzione di un liuto del Rinascimento.
Violoncello e basso di viola da gamba, entrambi di
epoca barocca.
Nella musica medievale:
Nella musica rinascimentale (in aggiunta ai precedenti):
Nella musica barocca, sempre in aggiunta ai precedenti: Oltre al sistema di accordatura, anche l'altezza del La di riferimento cambia nel corso dei secoli, ed è assai variabile anche geograficamente[25]. Ogni cappella aveva il suo La di riferimento: ancora nel XVIII secolo era frequente che nella stessa città si usassero due La diversi per la musica sacra e per quella profana, a distanza di un tono o più[26][27]. Oggi si è più o meno standardizzato l'uso del La di 415 Hz per la musica barocca; per quella francese, tuttavia, si usa anche il La di 392 Hz (un tono sotto il La moderno) che era effettivamente impiegato in quell'area. Per la musica medievale e rinascimentale ci sono numerose indicazioni che il La fosse spesso sensibilmente più alto di quello odierno, ma non c'è accordo sull'individuazione di uno standard (che in quanto tale non avrebbe alcun valore "filologico"), e sovente si usa il La di 440 Hz anche nelle esecuzioni "storicamente consapevoli".
Canto [modifica]
Musica e danza, illustrazione dal tacuinus
sanitatis casanatensis (XIV secolo)
La voce umana riflette le caratteristiche dell'apparato vocale del cantante, ma può essere educata seguendo tecniche diverse. L'esecuzione della musica medievale e rinascimentale richiede un'emissione molto precisa per quanto riguarda l'intonazione, il ritmo e la pronuncia delle parole; parte del repertorio contiene fioriture che richiedono una particolare agilità nell'articolazione. Per contro, non è necessaria una potenza vocale paragonabile a quella dei cantanti lirici, che anzi renderebbe problematico il raggiungimento di un equilibrio fra le voci, e con gli eventuali strumenti, nell'esecuzione della polifonia. Il repertorio prevede parti maschili (tenor e contratenor) di grande estensione, che richiedono l'uso combinato del registro di petto e di quello di testa. Le parti acute (cantus o superius) erano eseguite da voci bianche (nel fanciullo la pubertà, e pertanto la muta della voce, avvenivano in un'età molto più avanzata rispetto ad oggi) oppure da maschi adulti, che verosimilmente cantavano in voce di testa; nella musica profana erano usate anche voci femminili. Attualmente le voci acute sono per lo più affidate a donne o a falsettisti (spesso impropriamente detti "controtenori", secondo l'uso anglosassone).[28] Oggi è frequente l'esecuzione del repertorio polifonico rinascimentale da parte di gruppi corali (spesso amatoriali): queste esecuzioni, anche quando sono impostate in modo "storicamente consapevole", comportano lo specifico problema di adattare a una formazione corale moderna (costituita da soprani, contralti, tenori e bassi) un repertorio che, fino a buona parte del XVI secolo, prevede estensioni vocali diverse (in particolare, le parti di altus erano destinate a voci maschili acute, non a voci femminili gravi: non di rado la parte di altus ha estensione sovrapponibile a quella del tenor, troppo bassa per le voci femminili). Nel tardo rinascimento iniziò l'impiego sistematico dei castrati, particolarmente in Italia, sia nella musica sacra sia nel teatro musicale. L'esecuzione moderna delle parti destinate ai castrati pone problemi soprattutto timbrici (l'estensione è infatti compatibile con voci femminili o di falsettisti particolarmente acuti)[29]. Il repertorio tardo-rinascimentale e barocco richiede doti di estrema agilità per eseguire i passaggi virtuosistici e gli abbellimenti ("gorgie") previsti: è necessaria inoltre una particolare cura della pronuncia e dell'espressione, per una resa adeguata degli "affetti musicali" che costituiscono l'obiettivo principale di questa musica. Si ritiene correntemente che nell'esecuzione della musica antica il vibrato della voce debba essere limitato alla sua misura fisiologica (nella moderna impostazione del canto lirico il vibrato viene invece espressamente potenziato).
Frontespizio dell'Opera intitulata Fontegara, la
quale insegna a sonar di flauto con tutta l'arte opportuna... (1535)
Fonti di riferimento per la pratica esecutiva [modifica]Per quanto si è detto, l'interpretazione della musica antica richiede una conoscenza non superficiale della teoria musicale e della notazione delle diverse epoche. Un rilievo particolare, tuttavia, assumono le opere che descrivono aspetti della concreta pratica esecutiva, e non solo le nozioni teoriche. Le fonti di questo tipo sono rarissime nel medioevo, e diventano man mano più abbondanti in epoche più vicine a noi. Fra le più rilevanti,
Girolamo Frescobaldi
(1583-1643)
Johann Joachim Quantz
(1697-1773))
Notizie importanti si ricavano anche dalle cronache di particolari avvenimenti (feste, cerimonie) in cui sono descritte esecuzioni musicali. La quasi totalità delle informazioni sull'uso di strumenti musicali prima del XVI secolo proviene dalle fonti iconografiche. Fra la corrispondenza epistolare di diversi musicisti, quella di Mozart è stata la più importante per il dettaglio con cui vengono citate le tecniche interpretative delle sue opere. Nel caso di Haydn e Beethoven, molti personaggi con cui vennero in contatto ebbero modo di scrivere quanto avevano discusso e appreso dai due compositori. Alcuni documenti forniscono informazioni sorprendenti sulla pratica musicale di routine: ad esempio la lettura a prima vista al momento del concerto era pressoché la regola, come risulta da una lettera di Haydn (17 ottobre 1797) che recita:
Aspetti controversi [modifica]
La ricerca della "fedeltà storica" [modifica]Il concetto di autenticità propugnato dall'early music movement[30] è stato vivacemente contestato da diversi autori, fra i quali spicca, per vis polemica e qualità delle argomentazioni, il musicologo statunitense Richard Taruskin, autore della monumentale History of Western Music[31], ed egli stesso direttore del complesso vocale Capella Nova specializzato nel repertorio rinascimentale. Alla polemica contro il paradigma della "fedeltà storica" Taruskin ha dedicato diversi articoli su riviste e interventi in convegni, poi raccolti nel volume Text and Act: Essays on Music and Performance[32]. Un articolo di Taruskin sulla rivista Early Music (1984) si intitolava "Il movimento autenticista può diventare un purgatorio positivistico, letteralistico e disumanizzante".[33] Nel successivo saggio The Pastness of the Present and the Presence of the Past[34], Taruskin ha scritto:
L'obbiettivo della critica di Taruskin non è l'uso degli strumenti antichi o il riferimento alle fonti originali e agli studi musicologici, come egli stesso ha sottolineato in un commento ad un articolo di L. Lockwood su Early Music[35]. Le critiche di Taruskin, riferite sia al repertorio settecentesco (in particolare quello mozartiano, per il quale è possibile un confronto diretto fra esecuzioni "tradizionali" ed esecuzioni "filologiche"), sia al repertorio rinascimentale (in cui lo stretto rapporto creatosi negli ultimi decenni fra ricerca musicologica ed esecuzione ha indotto una diffusa convinzione di poter risolvere ogni dilemma interpretativo con il ricorso alle "fonti storiche"), sono essenzialmente rivolte a tre aspetti della "dottrina autenticista":
Taruskin ha quindi soprattutto denunciato il rischio di una deriva dogmatica e settaria all'interno dell'early music movement, e per altri versi la tentazione di sfruttare commercialmente la "moda" dell'autenticità. Quest'ultima, secodo lo stesso Taruskin, ha di "autentico" solo il fatto di rispecchiare un'istanza culturale autenticamente modernista (o, secondo altri autori, postmodernista[36]).
Da parte sua, il pianista e musicologo Charles Rosen ha osservato[37] che l'incisione della musica antica con strumenti originali risente delle moderne tecniche di track editing, che permettono correzioni, effetti e bilanciamenti acustici che non potrebbero essere realizzati nelle esecuzioni dal vivo. Questa critica, peraltro, non si può applicare alla generalità delle incisioni di musica antica, e non è specifica di queste; il problema dell'esecuzione dal vivo della musica antica deriva oggi piuttosto dalla scarsa disponibilità di ambienti acusticamente adatti.[38] L'approccio alla musica antica affermatosi nella seconda metà del XX secolo non può essere ridotto alle sole correnti "fondamentaliste" e dogmatiche stigmatizzate da Taruskin. Si legga ad esempio come Nikolaus Harnoncourt individua gli elementi originali della sua interpretazione delle opere di Bach, in confronto alla tradizione esecutiva d'impronta romantica:
Pagina autografa da Das wohltemperierte Klavier di
Johann Sebastian Bach
L'uso degli strumenti nel Medioevo e nel Rinascimento [modifica]
Alcuni strumenti musicali di uso corrente nel XV
secolo: da sinistra, tromba da tirarsi, organo portativo, arpa,
viella.
Hans Memling, angeli musicanti (1485)
Fra gli stessi musicisti specializzati nella historically informed performance l'interpretazione delle fonti originali suscita talvolta vivaci polemiche. Una delle più significative riguarda l'uso (o meno) degli strumenti nella polifonia vocale fra il XIV e il XVI secolo. Già nei primi decenni del XX secolo, Hugo Riemann e altri influenti musicologi, constatando che nella maggior parte dei manoscritti tardo-medievali il testo risulta indicato solo in alcune parti, interpretarono questo come una chiara indicazione che le altre parti dovessero essere eseguite da strumenti. Ritennero inoltre che anche nelle parti fornite di testo, alcuni lunghi melismi privi di testo dovessero essere interpretati come incisi strumentali. Su quest'idea si basarono le esecuzioni dirette da Konrad Ruhland, René Clemencic e David Munrow. La convinzione dominante era quella esposta, ad esempio, dal curatore dell'edizione della Messa di Guillaume de Machaut per Editio Musica Budapest (1974):
A partire dagli anni ottanta e novanta, alcuni influenti musicisti e musicologi inglesi (particolarmente Christopher Page e David Fallows) sostennero invece che l'esecuzione della polifonia vocale, non solo sacra ma anche profana, dovesse essere a cappella, ossia con sole voci.[40] Il processo che ha portato questa posizione, che in un primo momento apparve quasi un'"eresia",[41] ad affermarsi come una nuova forma di "ortodossia", è approfonditamente esaminato in un articolo di Christopher Page.[42] Page osserva che il paradigma delle esecuzioni a cappella trovò una formulazione complessiva, più che in lavori strettamente musicologici, nelle recensori discografiche della rivista Early Music. All'inizio degli anni '80 esse iniziarono a stroncare incisioni in cui gli strumenti sembravano assumere un ruolo eccessivo e privo di fondamento storico (entrambi gli estratti delle recensioni sono citati come esempi da Page nel suo articolo):
Nel corso degli anni '80 e '90 divennero progressivamente dominanti fra i musicisti britannici le opinioni condivise dalla maggior parte degli autori delle recensioni discografiche su Early Music, opinioni che lo stesso Page riassume in questi termini:
Negli stessi anni, musicisti e critici continentali esprimevano posizioni diverse, ritenendo che la pratica britannica di eseguire tutto a cappella determinasse un complessivo appiattimento di un vasto repertorio su un modello sonoro eccessivamente uniforme. Nell'articolo di Page si cita un passo di una recensione sulla rivista francese Diapason:
Una pagina dell'Eton Choirbook, 1490 circa
Anche Christopher Page concorda sul fatto che la tradizione inglese della pratica corale, nelle cattedrali anglicane e nei grandi college, ha avuto un'influenza fondamentale nell'affermarsi del paradigma delle esecuzioni a cappella. Mentre i critici di questa scuola interpretativa ritengono che in tale paradigma domini il desiderio di uniformare l'esecuzione di qualunque repertorio al modello sonoro dei cori dei college, Page e gli altri sostenitori di questo approccio sostengono che proprio l'educazione al canto corale rende disponibili ai musicisti britannici le doti di intonazione e qualità del suono che permettono esecuzioni tecnicamente "perfette" senza la necessità di inserire strumenti musicali (necessità di cui negano, d'altra parte, la fondatezza storica). Anche l'uso sistematico (non da parte di tutti i gruppi inglesi, peraltro) di voci maschili adulte (in falsetto) per le parti acute è spesso messo in relazione con il particolare successo che questo tipo di voce ebbe in Inghilterra a partire dagli anni '40 del XX secolo[48]: il termine countertenor ("controtenore") fu di fatto "reinventato" per designare la voce di Alfred Deller,[49] ma in alcuni gruppi inglesi specializzati nel repertorio medievale e rinascimentale (ad esempio l'Hilliard Ensemble) i cantanti indicati come "controtenori" eseguono in realtà la parte più acuta (cantus o motetus),[50] non la voce che nelle fonti originali era designata contratenor (che ha invece una tessitura di tenore). Dal punto di vista musicologico, la questione dell'uso degi strumenti assume aspetti diversi a seconda che si consideri la musica profana (rondeau, ballate e altri generi di musica su testi in volgare) oppure la musica liturgica (un discorso separato riguarda poi i mottetti, che fino alla metà del XV secolo costituivano un genere ben distinto dal repertorio liturgico: non sempre avevano un testo sacro, trattandosi di composizioni cerimoniali e occasionali scritte anche in onore di feste o personaggi non religiosi). Per quanto riguarda la musica liturgica, alcuni studiosi tendono ad escludere categoricamente l'uso di strumenti, sulla base del fatto che non si trova alcuna indicazione esplicita, nei manoscritti musicali o nei trattati teorici dell'epoca, che si riferisca all'uso di strumenti nella liturgia, ad eccezione dell'organo. Per quanto si desume dagli archivi delle cappelle ecclesiastiche, queste erano composte esclusivamente da cantori. È anche possibile che all'epoca musicisti arruolati in qualità di "cantori" fossero in grado di suonare uno strumento, ma non vi sono evidenze documentarie in questo senso. D'altra parte, anche nelle composizioni strettamente liturgiche (a cominicare dalle Messe) buona parte dei manoscritti non riportano il testo nelle parti inferiori, e in alcuni casi è impossibile adattare alle parti di tenor e contratenor il testo liturgico. L'idea che la polifonia liturgica dovesse essere eseguita solo dalle voci appare in contrasto con il fatto che nell'iconografia sacra del XIV e XV secolo sono frequentissimi gruppi di angeli che suonano strumenti.[51] Nelle cronache dell'epoca si trovano inoltre affermazioni come queste:
Cantori accompagnati da organo e cornetto,
xilografia tedesca del 1511
Per quanto riguarda la musica profana, l'uso di voci e strumenti è ampiamente attestato dalle fonti dell'epoca. Tuttavia i musicologi inglesi hanno sostenuto, con documentate argomentazioni (in particolare attraverso l'analisi comparativa di manoscritti diversi che recano uno stesso brano, alcuni con il testo in una sola parte, altri con il testo in tutte le parti) che anche per la musica profana l'uso degli strumenti non è in generale necessario. Christopher Page, principale esponente della scuola interpretatativa "a cappella", non solo come musicologo ma soprattutto come direttore del gruppo Gothic Voices, ha proposto in due momenti successivi soluzioni diverse per il problema dell'esecuzione vocale delle parti senza testo. In un primo momento, basandosi sull'ipotesi che i copisti medievali omettessero sistematicamente di copiare il testo sotto le parti che dovevano cantare le stesse parole della voce superiore (in effetti, in molti manoscritti medioevali le uniche composizioni in cui diverse voci riportano il testo sono quelle politestuali), ha trascritto il testo nelle voci in cui mancava, con gli adattamente necessari a trovare posto per tutte le sillabe (in genere questo richiede di spezzare note lunghe o gruppi di note che sono notati come un singolo melisma). Successivamente Page ha sperimentato invece l'ipotesi che le parti senza testo dovessero essere cantate interamente su una singola vocale. [52] Dalla fine degli anni novanta la controversia fra le due scuole interpretative si è parzialmente stemperata, con la constatazione da parte dei musicologi, da ambo le parti, che le fonti dell'epoca lasciano aperte entrambe le possibilità, e sembra verosimile che gli stessi brani (anche sacri) fossero eseguiti talora a cappella, talora con strumenti, a seconda delle circostanze:
L'intera controversia, oltre ad essere molto rilevante per la vastità del repertorio interessato (gran parte della produzione musicale dei secoli XIV-XV), è decisamente istruttiva per comprendere la complessa interazione in questo campo fra moderna prassi esecutiva, ricerca storico-musicologica, abitudini ed educazione musicale caratteristiche dei diversi Paesi, influenza della critica e del mercato discografico. L'esistenza di queste controversie, da un lato, testimonia la vitalità e lo spirito di ricerca che contraddistinguono la historically informed performance, e d'altro lato aiuta ad affinare gli stili interpretativi permettendo di confrontare gli esiti di una varietà di approcci, anche contrastanti fra loro. Allo stesso tempo, questa molteplicità di stili esecutivi può causare un certo disorientamento da parte dell'ascoltatore meno esperto, che può essere portato ad identificare acriticamente l'immagine sonora proposta da una particolare scuola interpretativa con "il suono della musica antica" tout court.
Note [modifica]
Bibliografia [modifica]
Saggi sull'interpretazione della musica antica in generale [modifica]
Opere su periodi o temi specifici [modifica]
Voci correlate [modifica]
Collegamenti esterni [modifica] |
|||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||