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| Descrizione Opere |
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GNU Free Documentation License Esso utilizza materiale tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Turandot Cronologia/Autori: http://it.wikipedia.org/w/index.php?title=Turandot&action=history TurandotDa Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Turandot è un'opera in 3 atti e 5 quadri, su libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni, lasciata incompiuta da Giacomo Puccini e successivamente completata da Franco Alfano.
Caratteri generali [modifica]Il soggetto dell'opera fu liberamente tratto dall'omonima
commedia di
Carlo Gozzi, già oggetto di importanti adattamenti musicali: dalle
musiche di scena composte da
Carl Maria von Weber all'opera di
Ferruccio Busoni e alla relativa
suite orchestrale, eseguita per la prima volta nel
1917. Alla fine della sua parabola creativa Puccini si cimenta con un soggetto fiabesco, d'impronta fantastica. Non era mai accaduto, se si eccettua la scena finale della sua prima opera, Le Villi.
Trama [modifica]La storia si svolge a Pechino, «al tempo delle favole».
Atto I [modifica]
Galileo Chini, bozzetto
originale per la scenografia dell'atto I
Un mandarino annuncia alla folla che il principe di Persia, non avendo risolto i tre enigmi proposti da Turandot, sarà decapitato pubblicamente. All'annuncio, tra la folla, sono presenti un vecchio e una donna, che chiede aiuto. Accorre allora un giovane, che riconosce nell'anziano suo padre, Timur, re tartaro spodestato. Si abbracciano commossi e il giovane Calaf prega il padre e la schiava Liù, molto devota, di non pronunciare il suo nome: ha paura, infatti, dei regnanti cinesi, i quali hanno usurpato il trono del padre. Nel frattempo il boia affila la lama preparandola al momento dell'esecuzione, fissata per il momento in cui sorgerà la luna. Ai primi chiarori lunari, entra il corteo che accompagna la vittima. Alla vista della vittima la folla, prima eccitata, si commuove e invoca la grazia per il condannato. Turandot allora entra e, glaciale, ordina il silenzio alla folla e con un gesto dà l'ordine al boia di giustiziare l'uomo. Calaf, impressionato dalla regale bellezza di Turandot, decide di tentare anche lui la risoluzione dei tre enigmi. Timur e Liù tentano di fermarlo, ma lui si lancia verso il gong dell'atrio del palazzo imperiale. Tre figure lo fermano: Ping, Pong e Pang, tre ministri del regno, che tentano di convincere Calaf descrivendo l'insensatezza dell'azione che sta per compiere. Ma Calaf, quasi in una sorta di delirio, si libera di loro e suona tre volte il gong, invocando il nome di Turandot.
Atto II [modifica]
File:Galileo Chini, bozzetto originale per la
scenografia de La Turandot, atto II.JPG
Galileo Chini, bozzetto
originale per la scenografia dell'atto II - quadro I
È notte. Ping, Pong e Pang si lamentano di come, in qualità di ministri del regno, siano costretti ad assistere alle esecuzioni delle troppe sfortunate vittime di Turandot, mentre preferirebbero vivere tranquillamente nei loro possedimenti in campagna. Sul piazzale della reggia, tutto è pronto per il rito dei tre enigmi. L'imperatore Altoum invita il principe ignoto, Calaf, a desistere, ma quest'ultimo rifiuta. Il mandarino fa dunque iniziare la prova mentre entra Turandot. La bella principessa spiega il motivo del suo comportamento: molti anni prima il suo regno era caduto nelle mani dei tartari e, in seguito a ciò, una sua antenata era finita nelle mani di uno straniero. In ricordo della sua morte, Turandot aveva giurato che non si sarebbe mai lasciata possedere da un uomo: per questo, aveva inventato questo rito degli enigmi, convinta che nessuno li avrebbe mai risolti.
Galileo Chini, bozzetto
originale per la scenografia dell'atto II - quadro II
Calaf riesce a risolvere gli enigmi e la principessa, disperata, si getta ai piedi del padre, supplicandolo di non consegnarla allo straniero. Ma per l'imperatore la parola data è sacra. Turandot si rivolge allora al Principe e lo ammonisce che in questo modo egli avrà solo una donna riluttante e piena d'odio. Calaf la scioglie allora dal giuramento proponendole a sua volta una sfida: se la principessa prima dell'alba riuscirà ad indovinare il suo nome, egli si sottoporrà alla scure del boia. Il nuovo patto è accettato, mentre risuona un'ultima volta, solenne, l'inno imperiale.
Atto III [modifica]
Galileo Chini, bozzetto
originale per la scenografia dell'atto III - quadro I
È notte e in lontananza si sentono gli araldi che portano l'ordine della principessa: quella notte nessuno deve dormire, il nome del principe ignoto deve essere scoperto ad ogni costo. Calaf intanto è sveglio, sognando le labbra di Turandot, finalmente libera dall'odio e dall'indifferenza. Giungono Ping, Pong e Pang, che offrono a Calaf qualsiasi cosa per il suo nome. Ma il principe rifiuta. Nel frattempo, Liù e Timur vengono portati davanti ai tre ministri. Appare anche Turandot, che ordina loro di parlare. Liù, per difendere Timur, afferma di essere la sola a conoscere il nome del principe ignoto, ma dice anche che non svelerà mai questo nome. Subisce molte torture, ma continua a tacere, riuscendo a stupire Turandot: le chiede cosa le dia tanta forza per sopportare le torture, e Liù risponde che è l'amore a darle questa forza. Turandot è turbata da questa dichiarazione, ma torna ad essere la solita gelida principessa: ordina ai tre ministri di scoprire ad ogni costo il nome del principe ignoto. Liù, capendo che non riuscirà a tenerlo nascosto ancora, riesce a prendere un pugnale e ad uccidersi, cadendo esanime ai piedi di Calaf.
Galileo Chini, bozzetto
originale per la scenografia dell'atto III - quadro II
Il corpo senza vita di Liù viene portato via seguito dalla folla che prega. Turandot e Calaf restano soli e lui la bacia. La principessa dapprima lo respinge, ma poi ammette di aver avuto paura di lui la prima volta che l'aveva visto, e di essere ormai travolta dalla passione. Tuttavia ella è molto orgogliosa, e supplica il principe di non volerla umiliare. Calaf le fa il dono della vita e le rivela il nome: Calaf, figlio di Timur. Il giorno dopo, davanti al palazzo reale, davanti al trono imperiale è riunita una grande folla. Squillano le trombe e Turandot afferma di conoscere finalmente il nome dello straniero: "Amore!". Tra le grida di giubilo della folla, abbraccia Calaf abbandonandosi tra le sue braccia.
Il finale incompiuto [modifica]La partitura pucciniana è rimasta incompiuta a causa della prematura morte dell'autore, stroncato nel novembre del 1924 da un tumore maligno alla gola. Del finale pucciniano restano solo alcuni abbozzi, sparsi su 23 fogli che il Maestro portò con sé presso la clinica di Bruxelles in cui fu ricoverato nel tentativo di curare il male che lo affliggeva. Puccini non aveva indicato esplicitamente nessuno per il completamento, e l'editore Ricordi decise, su pressione di Arturo Toscanini e di Tonio, il figlio di Giacomo, di affidare la composizione a Franco Alfano, che due anni prima si era gia distinto nella composizione di un'opera, La leggenda di Sakùntala, caratterizzata da una suggestiva ambientazione orientale. La composizione del finale procedette lentamente a causa di una malattia agli occhi del compositore napoletano (Alfano) e di alcuni screzi con la Ricordi e in particolare con Toscanini, che non ritenne all'altezza una prima versione consegnata. Nella seconda versione (quella più comunemente eseguita), Alfano fu costretto, oltre ad un rispetto più fedele degli schizzi, al taglio di oltre 100 misure di propria composizione. L'effetto di questi interventi, che l'autore eseguì controvoglia, è ancora oggi riconoscibile nella partitura in bruschi cambiamenti armonici e buchi nell'evoluzione drammatica del complesso. Come se ciò non bastasse ci furono altri fattori a compromettere fin dai primi anni la reputazione del suo lavoro. Si pensi per esempio che degli schizzi lasciati da Puccini, a parte quelli di ovvia collocazione, Alfano non fece nessun tentativo di interpretare il contenuto, e che richiese la partitura con l'orchestrazione di Puccini all'editore solo pochi giorni prima di consegnare il lavoro terminato. Questo in un'opera che proprio nella strumentazione differisce profondamente dalle opere precedenti del compositore lucchese. Dalla scoperta della prima versone di Alfano, sono state studiate e proposte varie soluzioni alternative, e una compositrice statunitense, Janet Maguire, si è addirittura cimentata nello studio degli abbozzi per ben dodici anni (1976-1988) per comporre una nuova versione del finale. Nonostante questo, la versione della Maguire non è mai stata eseguita in pubblico. Bisogna attendere il 2001 perché Luciano Berio completasse un nuovo finale su commissione del Festival de Musica de Gran Canarias, anch'esso basato sugli abbozzi lasciati da Puccini e ufficialmente riconosciuto dalla Ricordi. Il punto più controverso del materiale lasciato da Puccini, è costituito dall'episodio del bacio. È il momento clou dell'intera opera: la trasformazione di Turandot da principessa di gelo a donna innamorata. Se nell'abbozzo pucciniano le prime 56 battute del finale sono infatti già in uno stato di elaborazione avanzato, questo episodio manca, a riprova dei dubbi del compositore. Secondo il musicologo statunitense Harold Powers, esiste tuttavia un abbozzo precedente che potrebbe riferirsi a questo momento dell'opera. Se Berio ha imbastito un esteso episodio sinfonico per questo passaggio, Alfano si limitò alla scrittura di 16 battute, nella versione definitiva ridotti ad un accordo seguito da pochi colpi di tamburo. Gli schizzi di Puccini sembrano suggerire che il compositore lucchese avesse pensato, perlomeno per un certo tempo, una soluzione completamente diversa. Sul foglio 11 recto egli aveva infatti scritto le ultime due battute, seguite da una battuta con un accenno del tema per il bacio, per poi cancellarle e riscriverle sull'altro lato del foglio. Il tema in questione è lo stesso che poche battute prima Turandot canta sulle parole No, mai nessun m'avrà! Dell'ava lo strazio non si rinnoverà!, ciò che sembra attestare come l'idea del compositore lucchese potesse essere radicalmente diversa da quella dei suoi più giovani colleghi. Un bacio su questo tema, accentrerebbe infatti l'attenzione sul cedimento della Principessa, piuttosto che sul suo orgoglio ferito, come nella versione di Alfano, o sulla trasformazione più interiorizzata della versione di Berio. La prima rappresentazione ebbe luogo al Teatro alla Scala di Milano, il 25 aprile 1926, sotto la direzione di Arturo Toscanini, il quale, profondamente commosso, arrestò la rappresentazione a metà del terzo atto, due battute dopo il verso "Liù, poesia!", sussurrando al pubblico le parole: "Qui termina la rappresentazione perché a questo punto il Maestro è morto". Un argomento di discussione fra gli studiosi
pucciniani è legato proprio al significato dell'incompiutezza dell'opera,
oltre che all'opportunità o meno di lasciar completare ad altri la
creazione del Maestro e al giudizio sul lavoro eseguito da Alfano e Berio.
Organico orchestrale [modifica]L'orchestra prevede l'utilizzo di:
Altri strumenti
Brani celebri [modifica]Atto I
Atto II
Atto III
Citazione dall'aria In questa reggia.
Bibliografia [modifica]
Discografia essenziale [modifica]
Altri progetti [modifica]
Collegamenti esterni [modifica]
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